Il GRIDO della TERRA e dei POVERI CONTRO lo SFRUTTAMENTO

1 Febbraio 2016 Commenti chiusi

Incontri culturali della Comunità La Collina, Serdiana.
Venerdì 5 febbraio, ore 17,30
Incontro sull’enciclica LAUDATO SI’ di Papa Francesco
Il GRIDO della TERRA e dei POVERI CONTRO lo SFRUTTAMENTO
Interverranno
Gianfranco Bottazzi, sociologo
Cristiano Erriu, politico
Ottavio Olita, giornalista
Giacomo Rossi, teologo

Concluderà Mons. Arrigo Miglio, Vescovo di Cagliari

Coordina Ettore Cannavera, responsabile della Comunità La Collina
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Comunità La Collina, Località S’Otta, 09040 Serdiana (CA) Tel. 070 743923. email comunitalacollina@tiscali.it
Associazione di volontariato ONLUS “Oltre le sbarre” oltrelesbarre@gmail.com

Cecilia&Silvano sposi a Firenze

14 Settembre 2015 Commenti chiusi

sabato 12 settembre 2015
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FORMAZIONE per il PAESAGGIO. Verso un’Itaca 2 ?

27 Agosto 2015 Commenti chiusi

ape-innovativa2Segnaliamo un interessante articolo di Silvano Tagliagambe COP_Paesaggio-lingua-madre_590-0500-1su SardegnaSoprattuto, ripreso da Aladinews Paesaggio&Ambiente, che a nostro avviso rilancia, tra l’altro, la necessità di robusti interventi formativi sul paesaggio, a carattere permanente: una Università del paesaggio (un’idea forte di Chicco Corti), una Scuola sul modello di Trento…? La Regione Sarda ha capitalizzato un’ottima esperienza con il Progetto Itaca, che oggi è realistico riproporre, con il contributo del fondi europei 2014-2020 (un’Itaca 2), trovando lo strumento più adatto per gestirlo. Ecco appunto il richiamo alla Scuola per il governo del territorio e del paesaggio di Trento o l’eventuale costituzione di una Fondazione ad hoc tra le Università sarde, perchè no aperta alla partecipazione dell’Unioncamere Sardegna. Torneremo sull’argomento
Cost-It-art91
- Su Aladinews

Paesaggio lingua madre. Non possiamo rimanere a lungo spaesati…

27 Agosto 2015 1 commento

Paesaggio lingua madre
di Silvano Tagliagambe

By sardegnasoprattutto/ 27 agosto 2015/ Culture/

Nel riquadro: Michelangelo-Buonarroti-Creazione-di-Adamo

Paesaggio lingua madre
di Silvano Tagliagambe

Leggendo il dibattito sul paesaggio, che si è sviluppato con diversi interventi su questo sito, l’impressione che se ne trae è quella che ormai per taluni non sembrino più esserci punti fermi capaci di resistere all’oblio, alla cancellazione anche immediata di ciò che sembrerebbe doversi dare per acquisito.

Per capire quali siano questi presupposti essenziali può essere utile riferirsi ai risultati di quella che è, indiscutibilmente, un’esperienza di punta in Italia su questo tema: la Scuola per il governo del Territorio e del Paesaggio istituita presso la Trentino School of Management. La Provincia di Trento, all’avanguardia anche su questo versante, ne ha fatto uno strumento efficace non solo di formazione sui problemi del paesaggio, ma anche di elaborazione di una visione unitaria di governo del territorio.

Visione che è stata sintetizzata nei suoi punti fondamentali da Gianluca Cepollaro, direttore della scuola, e da Ugo Morelli, che ne presiede il Comitato scientifico, in un libro da loro curato, uscito l’anno scorso, a cui è stato dato un titolo accattivante: Paesaggio lingua madre.

L’assunto di base, che spiega il titolo, è chiaro e diretto. “Il paesaggio è come la lingua madre. La sua presenza, tacita o esplicita, riconosciuta o latente, contiene il codice originario della nostra appartenenza e ci invoca a considerarla, oltre i dualismi tra mente e natura” (pag. 13). Il motivo è semplice: “non si può essere spaesati, non si può non appartenere a un luogo, non si può non dare senso a quel luogo. […] Essere spaesati indica al massimo una dinamica transitoria tra una condizione di appartenenza e un’altra, tra un ordine simbolico relativo a un luogo e la produzione di un altro ordine simbolico emergente nell’elaborazione del rapporto con un altro luogo” (pag. 17).

La conclusione da trarre è dunque che “esiste un filo diretto fra paesaggio naturale e paesaggio mentale: siamo ‘naturalmente culturali’. Così come la parola fa da ponte tra l’orizzonte del reale e l’orizzonte mentale, allo stesso modo il paesaggio fa da ponte tra noi e il mondo, presidia la nostra coevoluzione e il nostro accoppiamento strutturale con il contesto. Per questo il paesaggio è nello stesso tempo dentro di noi e intorno a noi, è un margine di connessione tra il mondo esterno e il mondo interno. Un bambino che nasce elabora il proprio mondo interno, la sua eleganza e la sua mortificazione, in ragione del paesaggio mentale che si costruisce. Bisognerebbe partire da qui per ripensare gli spazi di vita e considerare che la loro bellezza e la loro funzionalità non sono due cose diverse, ma una cosa sola” (pp. 7-8).

Queste riflessioni sul paesaggio come lingua madre, costitutiva del nostro universo interiore, rendono ineludibile una domanda: che cosa succede se mancano ipotesi politiche e progettuali con cui cercare di scegliere o di influenzare le scelte riguardo agli spazi di vita, o se queste ipotesi sono incoerenti e mandano messaggi contraddittori?

Disponiamo di una riposta collaudata a questa domanda cruciale: è la teoria del “doppio vincolo” (double bind) di Bateson, che esplora quelle forme di patologia comunicativa consistenti essenzialmente nell’incapacità di riconoscimento del contesto dei messaggi, e quindi nell’impossibilità di una loro corretta classificazione.

L’esempio proposto dallo stesso Bateson per illustrare questo tipo di situazioni è il comportamento di una madre che invita il figlio ad abbracciarla, o al contrario lo rimprovera perché non lo fa, ma che accompagna questa ingiunzione primaria con segnali metacomunicativi, veicolati dal linguaggio del corpo, che i bambini sanno interpretare con particolare abilità e sensibilità, di resistenza e contrarietà a qualsiasi forma di contatto, e quindi orientati in senso palesemente opposto. Trovandosi prigioniero di una situazione in cui l’altra persona che partecipa al rapporto emette allo stesso tempo messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro, il bambino diventa incapace di analizzare i messaggi che vengono emessi e di discriminare a quale ordine di richiesta debba rispondere. Egli non è quindi in condizione di capire cosa fare e, in seguito all’assenza di qualcosa che lo induca a scegliere una soluzione piuttosto che l’altra, è condannato a una paralisi che ne fa una sorta di asino di Buridano.

Fuor di metafora, quale senso di identità, mutuata dal paesaggio, può mai sviluppare chi viene esposto a messaggi e interventi contrastanti tra loro o è indotto a pensare che, in termini di politiche del territorio, in mancanza di qualsivoglia criterio discriminante e selettivo, qualunque cosa possa andare bene?

Se si pensa il paesaggio come una sorta di costume di Arlecchino, cucito con stoffe di colori e provenienze diverse, è difficile sottrarsi all’impressione che, proprio come la celebre maschera, si sia in presenza di qualcuno che, essendo privo di elaborazioni proprie, per indossare un abito, è costretto a servirsi degli avanzi dei pezzi di stoffa altrui, combinati alla bell’e meglio.

Ecco, proprio questo è l’impressione che si trae da alcuni degli interventi al dibattito al quale ho fatto riferimento all’inizio: avanzi di progetti pensati ed elaborati altrove e importati qui per scopi diversi da quelli dichiarati e senza uno straccio di visione armonica e un minimo di riguardo per le specifiche esigenze del paesaggio della Sardegna. Da lingua madre il paesaggio diventa così una torre di Babele che, anziché favorire l’identità e la coesione sociale, le sminuzza in una miriade di punti di vista espressioni di interessi antagonistici e inconciliabili.

Per contrastare queste tendenze bisognerebbe ricordare, con Pavel Florenskij, che “tutta la cultura può essere interpretata come l’attività dell’organizzazione dello spazio”. Nello stabilire questa stretta correlazione egli parte dal presupposto che la cultura considerata nel suo complesso, è il risultato del processo di introiezione della realtà che ci circonda, che da ambiente intorno a noi diventa realtà dentro di noi: ciò significa che il mondo per noi non è un dato di cui prendere atto e che dobbiamo limitarci a rappresentare in una sua supposta realtà autonoma, bensì un progetto che elaboriamo creando, appunto, spazi.

Da questo progetto emerge e si sviluppa un paesaggio interno, simbolico e culturale, che ovviamente risente dell’impronta del paesaggio esterno, a cui si devono le alterazioni della rappresentazioni primordiali del corpo, proprio perché le immagini, le rappresentazioni interne e quelle di se stesso che il cervello costruisce nel momento in cui è intento a tracciare le mappe del suo paesaggio interiore, sono basate sui cambiamenti che hanno luogo nel corpo e nel cervello medesimo durante l’interazione fisica con il contesto ambientale.

Lo «sguardo dal di fuori» dello spazio esterno ridotto alla sola visione, percezione, interpretazione, rappresentazione si trasforma così, a questo livello più elevato di consapevolezza, in simbiosi, in partecipazione, in coevoluzione, in quell’assunzione di responsabilità che deriva dalla piena coscienza che non è possibile tirarsi fuori da quello che facciamo accadere con la nostra presenza e le nostre azioni nell’ambiente in cui viviamo.

Per comprendere davvero e pienamente l’affermazione di Florenskij alla quale ci siamo riferiti bisogna dunque far riferimento a questa ipotesi dell’impossibilità di poter giungere alla conoscenza del mondo esterno senza l’elaborazione dell’universo interiore e del «filtro creativo», costituito da esso, attraverso il quale passa necessariamente ogni modalità e forma di rappresentazione dell’ambiente al di fuori di noi.

Entrare in questa dimensione intermedia tra interno ed esterno significa considerare il paesaggio come sede di un’azione intenzionale di conferimento di significato ai luoghi, che non ammette alcuna separazione tra la visione dal di fuori e il viverci dentro ed è basata sul recupero e la valorizzazione dell’ethos, della matrice profonda degli elementi primari dell’abitare, dei segni della natura e della storia di ogni singola comunità che permangono nel processo dell’insediamento umano.

Si tratta di un richiamo di attenzione al paesaggio come origine del senso dell’abitare lo spazio, come ricerca degli aspetti primigeni e autoctoni della costituzione di una sfera pubblica, capaci, proprio perché tali, di offrirci spunti di riflessione che ci mettano in grado di sfuggire all’egemonia dei flussi di comunicazione che producono una standardizzazione delle esperienze spaziali, dalla quale deriva una modalità di spazio pubblico in cui risulta impossibile muoversi senza sentirsi in qualche modo condizionati e manipolati da interessi estranei.

Per contrastare questa tendenza bisogna recuperare l’ethos, il frutto dell’opera lunga e complessa di intere generazioni che non può concepirsi se non collocata, radicata, come chiarisce l’etimologia stessa del termine, il cui significato, in origine, era “il posto da vivere”. Ogni ethos ha dunque il suo “pascolo” proprio, la sua certa dimora. Per essere, deve abitare.

È proprio in virtù di questo suo radicamento che l’ethos, essendo condiviso da molti, crea legami di reciproca appartenenza che sono specifici, storicamente determinati, in quanto costituiscono lo sfondo comune attorno al quali si organizzano tradizioni, società e culture. Certo anche l’ethos cambia, ma i suoi sono tempi lunghi; si muove su onde lunghe, e comunque le sue modifiche non possono essere affidate al caso, devono essere “accompagnate” e gestite da una politica che si ponga l’obiettivo, che dovrebbe costituire il suo compito primario, di rafforzare il senso di comunità e di appartenenza, ”mediando” tra le visioni e gli interessi in gioco e facendoli convergere, invece di lasciarli imperversare liberamente.

Recuperare l’ethos significa “reinventare il sacro”, per riprendere il titolo di un bel libro di Stuart Kauffman: vuol dire sforzarsi di vederlo con occhi nuovi, evitare di farne qualcosa a sé stante, ricercare una visione del mondo reale e del nostro posto all’interno di esso in cui alla spiritualità, intesa nella sua accezione più vasta, sia riconosciuta la funzione di incidere non solo nella vita dell’uomo, riempiendola di contenuto sostanziale, ma anche nei destini dell’ambiente, naturale e sociale, in cui egli vive.

Vuol dire rendersi conto che il massimo grado d’intensità e di efficacia dell’azione umana è quello che riesce ad accoppiare conoscenza e volontà, razionalità e libertà e che sa guardare non solo ai destini del singolo individuo, ma in primo luogo della propria comunità d’appartenenza e poi, via via, dell’intera specie umana e, nel rispetto e in coerenza con il concetto di “coevoluzione” tra organismo e ambiente, anche del contesto complessivo nel quale siamo immersi e operiamo.

Reinventare il sacro significa comprendere, come appunto non si stanca di sottolineare Kauffman, che la specie umana fa parte di un universo incessantemente creativo, dal quale sono emersi “la vita, l’agency, il significato, il valore, la coscienza e l’intero patrimonio dell’azione umana”, che il divenire persistente del “sapere, del fare e dell’inventare è il risultato in continua costruzione di noi stessi nella nostra pienezza umana”, è emergente e non predicibile.

Reinventare il sacro equivale pertanto collocarsi in uno spazio intermedio tra ragione ed emozioni, tra conoscenza e volontà, tra gnoseologia, epistemologia ed etica, tra spazio esterno e spazio interno. A sostegno dell’intreccio tra queste dimensioni vi sono oggi anche le ricerche nel campo delle neuroscienze, in particolare quelle che sono valse il conferimento del premio Nobel per la medicina 2014 a John O’Keefe e ai coniugi May Britt ed Edvard Moser per la scoperta del sistema di cellule nervose che costituisce una rete, grazie alla quale il cervello dispone costantemente delle coordinate spaziali del luogo in cui si trova e si può quindi orientare.

La struttura di riferimento di questa rete è l’ippocampo, che nei roditori, animali in cui esso è stato studiato in maniera approfondita, ha all’incirca la forma di una piccolissima banana che srotola vari chilometri di connessioni con una potenza di una decina di miliardi di contatti. È proprio grazie a questi contatti che la memoria diventa “nostra” (Io sono quello che sono) e che i significati neutri sono personalizzati e orientati dentro la nostra “forma di vita”, la nostra cultura e il nostro mondo. Il cuore del sistema cerebrale sembra dunque essere costituito da una struttura di limitatissima estensione ma con un’elevatissima capacità sia di interconnessioni, sia di sensibilità e di reazione anche alle stimolazioni più insignificanti.

Tra il modo di concepire il paesaggio e di viverlo e il destino dell’uomo vi è dunque una connessione tanto stretta da indurre Peter Sloterdijk a sostenere, con ragione, nei suoi saggi raccolti sotto il titolo Non siamo ancora stati salvati, che “una premessa decisiva consiste nell’accettare che la storia dell’uomo debba essere compresa come il dramma silenzioso del suo creare spazi”.

Senza questa capacità non vi è storia autentica e autonoma, non vi è spirito di comunità, non vi è politica: per questo, al di là delle belle parole e degli slogan, chi, seguendo la pura logica del profitto, predica l’esigenza di importare dall’esterno forme di utilizzazione dello spazio preconfezionate e estranee al «filtro creativo», costituito dalla cultura dei luoghi, contribuisce, consapevolmente o inconsapevolmente, ad allentare quei vincoli che rendono un popolo veramente libero, in quanto padrone di sé. Dimenticando (o fingendo di dimenticare) che soltanto chi «interiorizza» perfettamente le abitudini, i costumi, le memorie del suo luogo d’origine, e sulla loro base stringe durature alleanze, può dirsi veramente figlio della terra che lo nutre.
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Bosa Marina

22 Luglio 2015 Commenti chiusi

Strumenti per il Paesaggio.Come accompagnare l’attuazione del piano paesaggistico

5 Marzo 2015 Commenti chiusi

Presso l’aula magna della Facoltà di ingegneria di Cagliari, in via Marengo , il 9 marzo si svolgerà l’evento dal titolo “Strumenti per il paesaggio. Come accompagnare l’attuazione del piano paesaggistico”

L’Assessorato degli Enti Locali, Finanze ed Urbanistica, dando seguito alle indicazioni contenute nella Convenzione Europea del Paesaggio e nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, col fine di agevolare la corretta applicazione del Piano Paesaggistico Regionale, ha avviato ormai da tempo una serie di azioni di studio e ricerca sulle tematiche legate alla pianificazione e progettazione paesaggistica. Questa attività è stata riassunta in una collana di volumi nati con l’esplicita intenzione di rappresentare strumenti con finalità non vincolistiche ma operative e supporto, con indicazioni e casistiche di riferimento.

Durante l’incontro del 9 marzo verranno presentati il secondo ed il terzo di questi “strumenti”, intitolati “Qualità del paesaggio e opere incongrue” e “Linee guida per i paesaggi industriali in Sardegna”, realizzati con la collaborazione con l’Università di Firenze e con il Politecnico di Torino.

Scarica il programma

Dal sito RAS

«Politici al tempo di Papa Francesco. Per una nuova leadership che ponga al centro il bene comune»

21 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Riceviamo e pubblichiamo
Arcidiocesi di Cagliari
Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro
La S.V. è invitata a partecipare, sabato 21 febbraio alle ore 16, presso l’aula magna del Seminario diocesano di Cagliari (via mons. Cogoni 9) alla conferenza tenuta da don Fabiano Longoni, direttore dell’ufficio CEI per i problemi sociali, che proporrà il tema «Politici al tempo di Papa Francesco. Per una nuova leadership che ponga al centro il bene comune».
Cordiali saluti. Don Giulio Madeddu

Scenari per il recupero dell’ex carcere nel nuovo Parco Storico di Buoncammino

19 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Da SARDARCH MAGAZINE ONLINE DI ARCHITETTURA

Scenari per il recupero dell’ex carcere nel nuovo Parco Storico di Buoncammino
Un caso studio: le Murate di Firenze Giornata di studio – Cagliari, venerdì 20 febbraio 2015

Nell’800, secolo della prima modernizzazione e industrializzazione, sorgono nell’immediato intorno del nucleo storico della città le “grandi fabbriche”, complessi architettonici che incarnano il consolidarsi dello Stato moderno, dedicate alle istituzioni e alla produzione: l’Ospedale San Giovanni di Dio, il Carcere di Buoncammino, la Manifattura Tabacchi; più tardi, attorno al Fosso di San Guglielmo, il complesso degli Istituti Scientifici Universitari. Oggi, la perdita, per alcuni di essi, della funzione storica è un’occasione irripetibile per fare degli “edifici dell’esclusione” i nuovi luoghi collettivi e multifunzionali della città, vere e proprie “città nella città”. Sono queste le nuove “Fabbriche” del XXI secolo, termine che esprime sia l’imponenza degli edifici, sia il loro potenziale di laboratori dell’innovazione urbana, condensatori di creatività artistica e tecnico-scientifica.

Il recupero di queste architetture, e del sistema di spazi aperti e del verde storico ad esse connesso, diventa quindi una straordinaria opportunità strategica, perché mette in gioco quantità e qualità di grande portata, capaci di incidere profondamente sul futuro di Cagliari. L’ex carcere del Buoncammino costituisce un paradosso urbano:collocato nel punto più panoramico di Cagliari, su un crinale affacciato sui due versanti est e ovest della città, rappresenta anche il luogo della segregazione. Situato in posizione dominante rispetto al nuovo sistema centrale dei parchi e giardini storici della città, baricentrico rispetto al Campus Urbano dell’Università, occupa una posizione strategica per i futuri sviluppi e assetti urbani, fulcro ideale del nuovo Parco Storico del Buoncammino.

Recentemente dismesso dal suo uso originario, Buoncammino può rovesciare il suo paradigma di “luogo dell’esclusione” e diventare un sistema aperto a una molteplicità di funzioni, luogo centrale in grado di riprodurre la complessità urbana, pur mantenendo la memoria del suo ruolo storico. La giornata di studio intende proporre alla riflessione la questione di Buoncammino, inserita all’interno del più ampio tema del recupero e della valorizzazione del patrimonio pubblico, avvalendosi del confronto con esperienze e buone pratiche già adottate e realizzate.

Tra di grande interesse la riqualificazione dell’ex carcere delle Murate a Firenze, completata nel 2013, che ha restituito alla città un’importante “Fabbrica” nel suo centro storico, aprendo questo “luogo dell’esclusione” a una pluralità di funzioni e persone. La vicenda del recupero delle “Murate” sarà illustrata dal progettista, l’arch. Mario Pittalis del Comune di Firenze, a partire dalle fasi di programmazione e progettazione, fino alle modalità di uso e gestione.

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Creiamo un’Accademia dell’ambiente, delle foreste e della fauna

8 Febbraio 2015 Commenti chiusi

di Felice Corda
L’ECONOMIA
Il progetto che vedrebbe coinvolta Nuoro deve andare avanti, sarebbe una grande opportunità non solo per i giovani ma per tutto il territorio
Bene ha fatto l’onorevole Daniele Cocco, nell’assemblea dei sindaci sardi a Bultei, a contestare il doppione della scuola forestale a Nuoro, evidentemente alludendo a quella di Cittaducale, salvo che lo stesso non intendesse “bloccare” strumentalmente un finanziamento per un’opera pubblica fuori dal Goceano per puro campanilismo territoriale. I promotori della legge istitutiva, nascondendo la realtà dietro il termine generico, ma affascinante di “scuola forestale”, hanno sempre fatto intendere che la stessa diventerà un’istituzione di alto livello e prestigio, aperta a tutti coloro, compresi i non sardi, che vorranno specializzarsi in studi o attività ambientali, collegandola in particolare, ai dipartimenti nuoresi di Scienze forestali e Ambientali, per una possibile rinascita per le zone interne. Quasi che dal Trentino, dalla Valle d’Aosta, fino alla Sicilia, gli agenti forestali dello Stato o delle Regioni a Statuto Speciale, per aggiornarsi, formarsi e specializzarsi, scelgano Nuoro rispetto alla concretezza ultracentenaria di Cittaducale e delle tradizioni alpine! Quella di Cittaducale è una realtà di 110 anni di storia ed esperienza, in continuo progresso, in cui si tengono corsi periodici, arricchiti da seminari tenuti da docenti universitari, magistrati, ricercatori e ufficiali dell’Amministrazione forestale dello Stato e altre Forze di Polizia. Il tutto in una straordinaria struttura in cui è possibile osservare una permanente mostra naturalistica che comprende migliaia di esemplari di flora e fauna, un’enorme biblioteca ricca di circa 5.000 testi, su temi forestali e un arboreto (orto botanico) di 700 esemplari, impiantato, nei primi anni della nascita della scuola per motivi didattici. Non solo. Una scuola affiancata dalle sezioni staccate a Sabaudia, Rieti, Terminillo, Rocca di Mezzo, Marsiliana, Martina Franca, Mongiana, Ceva, Collalto di Auronzo e Volpago del Montello, in cui, grazie alle loro caratteristiche “sono previsti percorsi formativi altamente specialistici in discipline strettamente attinenti ai compiti istituzionali del Corpo”. A parere del sottoscritto, dopo tale finanziamento sarebbe opportuno battersi, per modificarne i compiti istituzionali magari trasformandola in una “Accademia dell’Ambiente, delle Foreste e della Fauna” come quella del Trentino, con corsi di studio volti a soddisfare le esigenze formative in materie ambientali, forestali e faunistiche, di tanti sardi, aperta agli utenti pubblici e privati, anche sotto la direzione del Corpo Forestale e il coinvolgimento didattico del dipartimento di Scienze Forestali e/o Ambientali dell’Università nuorese. Solo così si potrebbe vedere un piccolo spiraglio di luce per formare tutti coloro i quali, oltre agli agenti forestali, vorranno operare in futuro per le innumerevoli attività ambientali, nei parchi regionali e nazionali della Sardegna, compreso il Parco Nazionale del Gennargentu, come: guide turistiche, guide per i parchi, operai forestali, antincendio, protezione civile, cacciatori, apicultori, produttori di funghi, guardie venatorie, guardie parco e così via.
(La Nuova Sardegna online, 8 febbraio 2015)

Università della Sardegna: rilanciare il progetto Itaca, una Itaca2

8 Febbraio 2015 1 commento

Sardegna universitaria_2
di Franco Meloni
Il treno veloce Cagliari-Sassari e viceversa (auspicabilmente esteso ad altre tratte, Olbia in primis) trainerà anche la realizzazione dell’Università della Sardegna. Unica Università o federazione tra i due Atenei storici? Questo è da decidere. Allo stato risulta si propenda per la loro federazione, “al fine di salvaguardarne maggiormente la storia e la tradizione”, ma pur sempre sotto l’egida comune di Università della Sardegna. Però la federazione deve essere vera, come avverte il competente Ministero, che nel documento di programmazione 2013-2015 del sistema universitario italiano delinea le caratteristiche dei “modelli federativi di università su base regionale o macroregionale… ferme restando l’autonomia scientifica e gestionale dei federati nel quadro delle risorse attribuite”. Precisamente devono prevedersi: “a) unico Consiglio di amministrazione con unico Presidente; b) unificazione e condivisione di servizi amministrativi, informatici, bibliotecari e tecnici di supporto alla didattica e alla ricerca”. Siamo allora ben lontani dal debole patto federativo firmato dai due Atenei alcuni anni fa. Nella pratica non si va ancora in tale direzione; assistiamo invece a un atteggiamento prudente e defatigatorio. E non ne sono prove contrarie l’intensificarsi tra gli Atenei degli accordi di programmazione formativa e di collaborazione per la ricerca scientifica (peraltro sempre esistiti). Tutto cose positive, ma, al contrario, perdura l’incapacità di gestione unitaria di importanti attività, come, ad esempio, i progetti di formazione professionale di grandi dimensioni (lo fu Itaca per il paesaggio), o il consorzio per l’Università telematica della Sardegna o i Centri di competenza tecnologica: iniziative fortemente incentivate dall’Unione Europea, dallo Stato e dalla Regione, sempre più ridotte a operazioni di piccolo cabotaggio. Così non si potrà continuare perché l’unificazione (o la vera federazione) è ormai un fatto ineludibile, che la spending review governativa impone, anche attraverso progressive penalizzazioni nel trasferimento di risorse statali se non si procederà nella direzione indicata, ma come peraltro imporrebbero criteri di razionalità nella gestione complessiva delle risorse – e non solo – nell’interesse della Sardegna. Almeno così pensiamo in molti, in prevalenza fuori dall’accademia, nella quale invece prevalgono la conservazione di antichi privilegi e posizioni di potere, quando anche giustificati da nobili motivazioni. Lo riconosciamo: il discorso è complesso e il percorso per arrivare all’obbiettivo dell’unica Università della Sardegna, in una delle possibili forme, non è facile, ma, appunto per questo, occorre agire da subito vincendo la paralizzante prudenza. Qualche segnale della volontà in tal senso arriva dall’esordiente Rettore dell’Università di Sassari, Massimo Carpinelli, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico ha parlato di “un progetto capace di promuovere l’Università della Sardegna, che preservi le specificità dei due Atenei, la loro storia e la loro tradizione”, per questo appellandosi particolarmente alla Regione Sardegna “che deve dialogare con gli Atenei e i centri di ricerca [per] costruire un’unica struttura che possa far crescere la formazione, la scienza e la cultura nella nostra Regione”. E’ già qualcosa, ma occorre andare rapidamente oltre le parole e passare ai fatti, prima che qualcun altro, anche in questa circostanza, decida per la Sardegna. La Regione, chiamata giustamente in causa, deve intervenire per favorire questo processo di unificazione/federazione, smettendo di fare solo la parte di bancomat che trasferisce risorse alle Università sarde. E poi, occorre che il dibattito si allarghi, cogliendo anche l’occasione dell’ormai imminente elezione del Rettore dell’Università di Cagliari, perché, come ripetiamo spesso: l’Università è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei soli professori, come la guerra in quelle dei generali.

- Di seguito i riferimenti citati

- Nell’illustrazione: particolare del dipinto di Filippo Figari “Sardegna universitaria”, aula magna Rettorato Università di Cagliari.
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Sardegna-bomeluzo22
* L’articolo di Franco Meloni viene pubblicato anche sui siti di FondazioneSardinia, Vitobiolchini, Tramasdeamistade, Madrigopolis, Sportello Formaparis, Tottusinpari e sui blog EnricoLobina e RobertoSerra, SardegnaSoprattutto.
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